La voce del Santo Padre Benedetto XVI
I Messaggi
Dall'incontro del 7.02.2008 di Sua Santità Benedetto XVI con Parroci e Clero della Diocesi di Roma | Dall'incontro del 7.02.2008 di Sua Santità Benedetto XVI con Parroci e Clero della Diocesi di Roma |
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L’incontro si è svolto in forma di dialogo tra il Santo Padre e i partecipanti. Riportiamo qui di seguito, un estratto delle domande rivolte al Papa e le Sue risposte:
... Don Pietro Riggi, salesiano del Borgo Ragazzi Don Bosco: "Santo Padre, lavoro in un oratorio e in un centro di accoglienza per minori a rischio. Le volevo chiedere: il 25 marzo 2007 Lei ha fatto un discorso a braccio, lamentandosi come oggi si parli poco dei Novissimi. In effetti, nei catechismi della Cei usati per l'insegnamento della nostra fede ai ragazzi di confessione, comunione e cresima, mi sembra che siano omesse alcune verità di fede. Non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato, soltanto il peccato originale. Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli il sistema logico che porta a vedere la redenzione di Cristo? Mancando il peccato, non parlando di inferno, anche la redenzione di Cristo viene a essere sminuita. Non Le sembra che sia favorita la perdita del senso del peccato e quindi del sacramento della riconciliazione e la stessa figura salvifica, sacramentale del sacerdote che ha il potere di assolvere e di celebrare in nome di Cristo? Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla. O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l'orizzontale dal verticale. E questo purtroppo nella catechesi ai ragazzi, se non nell'iniziativa dei parroci, nella struttura portante, viene a mancare. Se non sbaglio, quest'anno ricorre anche il venticinquesimo anniversario della consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria. Per l'occasione non si può pensare di rinnovare solennemente questa consacrazione per il mondo intero? È crollato il muro di Berlino, ma vi sono tanti muri di peccato che devono crollare ancora: l'odio, lo sfruttamento, il capitalismo selvaggio. Muri che devono crollare e ancora aspettiamo che trionfi il Cuore immacolato di Maria per poter realizzare anche questa dimensione. Volevo anche notare come la Madonna non ha avuto paura di parlare dell'inferno e del paradiso ai bambini di Fátima, che, guarda caso, avevano l'età dei catechismo: sette, nove e dodici anni. E noi tante volte invece omettiamo questo. Può dirci qualche cosa in più su questo?" Sua Santità Benedetto XVI: "Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione. Nell'Enciclica Spe salvi ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, del giudizio in generale, e in questo contesto anche su purgatorio, inferno e paradiso. Penso che noi tutti siamo ancora sempre colpiti dall'obiezione dei marxisti, secondo cui i cristiani hanno solo parlato dell'aldilà e hanno trascurato la terra. Così noi vogliamo dimostrare che realmente ci impegniamo per la terra e non siamo persone che parlano di realtà lontane, che non aiutano la terra. Ora, benché sia giusto mostrare che i cristiani lavorano per la terra — e noi tutti siamo chiamati a lavorare perché questa terra sia realmente una città per Dio e di Dio — non dobbiamo dimenticare l'altra dimensione. Senza tenerne conto, non lavoriamo bene per la terra. Mostrare questo è stato uno degli scopi fondamentali per me nello scrivere l'Enciclica. Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell'inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l'uomo non lavora bene per la terra perché perde alla fine i criteri, non conosce più se stesso, non conoscendo Dio, e distrugge la terra. Tutte le grandi ideologie hanno promesso: noi prenderemo in mano le cose, non trascureremo più la terra, creeremo il mondo nuovo, giusto, corretto, fraterno. Invece, hanno distrutto il mondo. Lo vediamo con il nazismo, lo vediamo anche con il comunismo, che hanno promesso di costruire il mondo così come avrebbe dovuto essere e, invece, hanno distrutto il mondo. Nelle visite ad limina dei Vescovi di Paesi ex comunisti, vedo sempre di nuovo come in quelle terre siano rimasti distrutti non solo il pianeta, l'ecologia, ma soprattutto e più gravemente le anime. Ritrovare la coscienza veramente umana, illuminata dalla presenza di Dio, è il primo lavoro di riedificazione della terra. Questa è l'esperienza comune di quei Paesi. La riedificazione della terra, rispettando il grido di sofferenza di questo pianeta, si può realizzare soltanto ritrovando nell'anima Dio, con gli occhi aperti verso Dio. Perciò Lei ha ragione: dobbiamo parlare di tutto questo proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono. Dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra. Nell'Enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Tutti vogliamo un mondo giusto. Ma non possiamo riparare tutte le distruzioni del passato, tutte le persone ingiustamente tormentate e uccise. Solo Dio stesso può creare la giustizia, che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. E come dice Adorno, un grande marxista, solo la risurrezione della carne, che lui ritiene irreale, potrebbe creare giustizia. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali. Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato, Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c'è la giustizia e c'è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l'uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere questo testo anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare. Ho cercato di dire: forse non sono tanti coloro che si sono distrutti così, che sono insanabili per sempre, che non hanno più alcun elemento sul quale possa poggiare l'amore di Dio, non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare. Questo sarebbe l'inferno. D'altra parte, sono certamente pochi — o comunque non troppi — coloro che sono così puri da poter entrare immediatamente nella comunione di Dio. Moltissimi di noi sperano che ci sia qualcosa di sanabile in noi, che ci sia una finale volontà di servire Dio e di servire gli uomini, di vivere secondo Dio. Ma ci sono tante e tante ferite, tanta sporcizia. Abbiamo bisogno di essere preparati, di essere purificati. Questa è la nostra speranza: anche con tante sporcizie nella nostra anima, alla fine il Signore ci dà la possibilità, ci lava finalmente con la sua bontà che viene dalla sua croce. Ci rende così capaci di essere in eterno per Lui. E così il paradiso è la speranza, è la giustizia finalmente realizzata. E ci dà anche i criteri per vivere, perché questo tempo sia in qualche modo paradiso, sia una prima luce del paradiso. Dove gli uomini vivono secondo questi criteri, appare un po' di paradiso nel mondo, e questo è visibile. Mi sembra anche una dimostrazione della verità della fede, della necessità di seguire la strada dei comandamenti, di cui dobbiamo parlare di più. Questi sono realmente indicatori di strada e ci mostrano come vivere bene, come scegliere la vita. Perciò dobbiamo anche parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa che è colpevole, che dovrebbe ricominciare, che dovrebbe essere purificato. E questa è la meravigliosa realtà che ci offre il Signore: c'è una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Il Signore comincia con noi di nuovo e noi possiamo ricominciare così anche con gli altri nella nostra vita. Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tante cose sbagliate, dopo tanti peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre. E che, per esempio, la psicoterapia non può offrire. La psicoterapia oggi è così diffusa e anche necessaria di fronte a tante psichi distrutte o gravemente ferite. Ma le possibilità della psicoterapia sono molto limitate: può solo cercare un po' di riequilibrare un'anima squilibrata. Ma non può dare un vero rinnovamento, un superamento di queste gravi malattie dell'anima. E perciò rimane sempre provvisoria e mai definitiva. Il sacramento della penitenza ci dà l'occasione di rinnovarci fino in fondo con la potenza di Dio — ego te absolvo — che è possibile perché Cristo ha preso su di sé questi peccati, queste colpe. Mi sembra che questa sia proprio oggi una grande necessità. Possiamo essere risanati. Le anime che sono ferite e malate, come è l'esperienza di tutti, hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell'Amore crocifisso. Mi sembra questo il grande nesso dei misteri che alla fine incidono realmente nella nostra vita. Dobbiamo noi stessi rimeditarli e così farli arrivare di nuovo alla nostra gente."
Don Massimo Tellan, parroco di Sant'Enrico: "Sono Don Massimo Tellan, sacerdote da quindici anni, da sei parroco a Casal Monastero, settore nord. Credo che tutti ci rendiamo conto di vivere sempre di più immersi in un mondo culturalmente inflazionato da parole, spesso prive persino di significato, che disorientano il cuore umano a tal punto da renderlo sordo alla parola di verità. Quella Parola eterna che si è fatta carne e ha assunto un volto in Gesù di Nazareth diviene così per molti evanescente, e soprattutto per le nuove generazioni, inconsistente e lontana. Certamente confusa nella selva di immagini ambigue ed effimere da cui si è bombardati quotidianamente. Allora che spazio dare nell'educare alla fede, a questo binomio di parola da accogliere e immagine da contemplare? Dove è finita l'arte del raccontare la fede e dell'introdurre al mistero, come avveniva in passato con la biblia pauperum? Nell'odierna società dell'immagine come possiamo recuperare la forza prorompente del vedere, che accompagna il mistero dell'incarnazione e dell'incontro con Gesù, come avvenne per Giovanni e Andrea sulle rive del Giordano, invitati ad andare e vedere dove abitava il maestro? In altre parole: come educare alla ricerca e alla contemplazione di quella vera bellezza che, come scriveva Dostoevskij, salverà il mondo? Grazie, Santità, della Sua attenzione, e se mi permette, anche con il consenso dei confratelli, oltreché da sacerdote di questo presbiterio anche da artista dilettante, vorrei accompagnare quanto detto donandole un'icona del Cristo alla colonna, immagine di quell'umanità sofferente e umiliata che il Verbo ha voluto assumere non solo sino all'Ecce homo, ma fino alla morte di Croce, e al contempo immagine attuale della Chiesa Corpo mistico del Cristo, sovente ferita dall'arroganza del male, ma chiamata col suo Signore, ad abbracciare il peccato del mondo per redimerlo con il suo sacrificarsi con Gesù. Grazie, Padre Santo, e grazie anche ai miei confratelli. Tutti loro, ogni giorno più di me e meglio di me, sono impegnati a mostrare al mondo con la propria testimonianza di vita il volto attuale del Maestro. Se è vero, come lo è, che chi ha visto il Figlio ha visto il Padre, così chi vede noi, sua Chiesa, possa vedere il Cristo." Sua Santità Benedetto XVI: "Grazie per questo bellissimo dono. Sono grato che non abbiamo soltanto parole, ma anche immagini. Vediamo che anche oggi dalla meditazione cristiana nascono nuove immagini, rinasce la cultura cristiana, l'iconografia cristiana. Si, viviamo nell'inflazione delle parole, delle immagini. Quindi è difficile creare spazio per la parola e l'immagine. Mi sembra che proprio nella situazione del nostro mondo, che conosciamo tutti, che è anche la nostra sofferenza, la sofferenza di ognuno, il tempo della Quaresima guadagni un nuovo significato. Certo il digiuno corporale, per un certo tempo considerato non più alla moda, oggi appare a tutti come necessario. Non è difficile capire che dobbiamo digiunare. A volte ci troviamo anche di fronte a certe esagerazioni dovute ad un ideale di bellezza sbagliato. Ma in ogni caso il digiuno corporale è una cosa importante, perché siamo corpo e anima e la disciplina del corpo, la disciplina anche materiale, è importante per la vita spirituale che è sempre vita incarnata in una persona che è corpo e anima. Questa è una dimensione. Oggi crescono e si manifestano altre dimensioni. Mi sembra che il tempo della Quaresima potrebbe proprio essere anche un tempo di digiuno dalle parole e dalle immagini. Abbiamo bisogno di un po’ di silenzio, abbiamo bisogno di uno spazio senza il bombardamento permanente delle immagini. In questo senso, rendere accessibile e comprensibile oggi il significato di quaranta giorni di disciplina esteriore e interiore è molto importante per aiutarci a capire che una dimensione della nostra Quaresima, di questa disciplina corporale e spirituale, è crearci spazi di silenzio e anche senza immagini, per riaprire il nostro cuore all'immagine vera e alla parola vera. Mi sembra promettente che anche oggi si veda che c'è una rinascita dell'arte cristiana, sia di una musica meditativa — come per esempio quella nata a Taizé — sia anche, riallacciandoci all'arte dell'icona, ad un'arte cristiana che rimane, diciamo, nelle grandi normative dell'arte iconologica del passato, ma allargandosi alle esperienze e alle visioni di oggi. Laddove c'è una vera e profonda meditazione della Parola, dove entriamo realmente nella contemplazione di questa visibilità di Dio nel mondo, di questa toccabilità di Dio nel mondo, nascono anche nuove immagini, nuove possibilità di rendere visibili gli avvenimenti della salvezza. È proprio questa la conseguenza dell’evento dell'incarnazione. L'Antico Testamento vietava ogni immagine e doveva vietarlo in un mondo pieno di divinità. Esso viveva proprio nel grande vuoto che era anche rappresentato dall'interno del tempio, dove, in contrasto con altri templi, non c'era nessuna immagine, ma solo il trono vuoto della Parola, la presenza misteriosa del Dio invisibile, non circoscritto da nostre immagini. Ma poi il passo nuovo è che questo Dio misterioso ci libera dall'inflazione delle immagini, anche di un tempo pieno di immagini di divinità, e ci dà la libertà della visione dell'essenziale. Appare con un volto, con un corpo, con una storia umana che, nello stesso tempo, è una storia divina. Una storia che continua nella storia dei santi, dei martiri, dei santi della carità, della parola, che sono sempre esplicazione, continuazione nel Corpo di Cristo di questa sua vita divina e umana, e ci dà le immagini fondamentali nelle quali — al di là di quelle superficiali che nascondono la realtà — possiamo aprire lo sguardo verso la Verità stessa. In questo senso mi sembra eccessivo il periodo iconoclastico del dopo Concilio, che aveva tuttavia un suo senso, perchè era forse necessario liberarsi da una superficialità delle troppe immagini. Adesso torniamo alla conoscenza del Dio che si è fatto uomo. Come ci dice la Lettera agli Efesini, Lui è la vera immagine. E in questa vera immagine vediamo — oltre le apparenze che nascondono la verità — la Verità stessa: "Chi vede me, vede il Padre". In questo senso direi che, con molto rispetto e con molta reverenza, possiamo ritrovare un'arte cristiana e anche ritrovare le essenziali e grandi rappresentazioni del mistero di Dio nella tradizione iconografica della Chiesa. E così potremo riscoprire l'immagine vera, coperta dalle apparenze. È realmente un lavoro importante dell'educazione cristiana: la liberazione per la Parola dietro le parole, che esige sempre di nuovo spazi di silenzio, di meditazione, di approfondimento, di astinenza, di disciplina. E ugualmente l'educazione alla vera immagine, cioè alla riscoperta delle grandi icone create nella storia nella cristianità: con l'umiltà ci si libera da immagini superficiali. Questo tipo di iconoclasma è sempre necessario per riscoprire l'Immagine, cioè le immagini fondamentali che esprimono la presenza di Dio nella carne. Questa è una dimensione fondamentale dell'educazione alla fede, al vero umanesimo, che cerchiamo in questo tempo a Roma. Siamo tornati a riscoprire l'icona con le sue regole molto severe, senza le bellezze rinascimentali. E così possiamo anche noi rientrare in un cammino di riscoperta umile delle grandi immagini, verso una sempre nuova liberazione dalle troppe parole, dalle troppe immagini, per riscoprire le immagini essenziali che sono necessarie per noi. Dio stesso ci ha mostrato la sua immagine e noi possiamo ritrovare questa immagine con una profonda meditazione della Parola che fa rinascere le immagini. Allora, preghiamo il Signore che ci aiuti in questo cammino di vera educazione, di rieducazione alla fede, che è sempre non solo un ascoltare ma anche un vedere." ... Fonte: (L'Osservatore Romano) |